Agosto 2019

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La danza: irrorazione di umanità

La danza: irrorazione di umanità

Coreografo visionario, capace di disarticolare lo scheletro dei suoi interpreti grazie all’afflato di un respiro interiore, Virgilio Sieni è padre ‘fondatore’ della danza contemporanea in Italia. Da oltre trentacinque anni creativo, vanta un nutrito corpus di opere spesso ispirate dal tema del mistero riscoperto nei testi dell’antichità come nella fiaba. Costante negli anni la sua predilezione per l’esecuzione live delle musiche negli spettacoli a partire dalle celeberrime Variazioni Goldberg Improvisation da lui stesso interpretate. Al festival è atteso in prima assoluta il suo Metamorphosis: sei danzatori in scena sulla musica di Arvo Pärt eseguita dall’Orchestra Haydn.

Sieni, da quali riflessioni prende le mosse Metamorphosis? Si tratta di un lavoro sull’uomo-animale o sul concetto più esteso di trasformazione?


La danza cerca quei livelli di trasmissione che aprono il campo non solo alle capacità dell’uomo così come lo percepiamo oggi, ma anche richiamando quegli strati del tempo che lo hanno forgiato: quella origine animale che sempre di più si è umanizzata apprendendo e comprendendo il legame e la provenienza dalla natura, dai minerali, dalla materia e dal sopraggiungere delle forme dell’immaginazione. Dunque la danza diviene quel meccanismo sublime a disposizione dell’uomo d’oggi per irrorarsi ancora di umanità, ripercorrendo la sua
natura animale e vegetale, arricchendo le qualità tattili e il senso della vita in comune, dando luogo a “confini indistinti tra mondi diversi”. Così il gesto nel suo formarsi recupera i materiali dalle forme vecchie. Scrive Ovidio: “ciò che era solido, impossibile a piegarsi, si mutò in ossa”.


La scelta del compositore estone Arvo Pärt e di alcuni suoi componimenti da cosa è stata dettata? Cosa evoca in lei la musica di Arvo Pärt?

Metamorphosis riflette sulla natura umanizzata ma soprattutto sull’uomo che per necessità deve rivolgersi al processo della natura. Come scrive Ovidio, dentro a un sasso, a una pianta, a un animale, a una fonte o altro ancora, può celarsi un dramma che era iniziato come una favola bella, terrena, riscoprendo sistematicamente l’attività mitopoietica, il rapporto e la continuità fra tutte le cose. In questo senso il concetto di orizzontalità e verticalità quale fonte di un movimento circolare inesauribile, ben espresso dalle magistrali opere musicali di Arvo Pärt, mi è apparso fondante per inquadrare la provenienza extraterrena e extraordinaria di corpi che vivono la loro trasformazione come dono.


Nella danza contemporanea non è consuetudine avere un’orchestra dal vivo se non per riletture di grandi classici. In che rapporto si situa la composizione coreografica di Metamorphosis con la musica? C’è una volontà della danza di ‘stare sopra la musica’ oppure risultano indipendenti?


Per fortuna mi capita regolarmente di collaborare con orchestre e questo consente di affinare e migliorare la relazione empatica e molecolare con la musica. In questo senso la danza, pur praticando il distacco non potrà mai ritenersi indipendente. In Metamorphosis sarà la musica stessa, attraverso un ciclo di brani in successione, a dettare la struttura coreografica in parti; allo stesso tempo la coreografia sarà costruita sull’idea
di fasce e aloni alla ricerca dell’aura che le note musicali emanano indicando ritmi, timbri, fughe, irregolarità e simmetrie. In Ovidio chi viene mutato in animale, in pianta, in sasso, non muore propriamente, esiste ancora: così la danza resiste cercando il dialogo con la musica composta
precedentemente.

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